Chi ha inventato la cambiale, Genova o Prato? – One More Thing

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Chi ha inventato la cambiale, Genova o Prato? – One More Thing

Genova-Palazzo San Giorgio visto dal Bigo-Sidvics - Opera propria-CC-BY-SA-Wikimedia CC

Di Massimo Sideri, inviato ed editorialista del “Corriere” sui temi di scienza, innovazione e tecnologia (vedi riferimenti a fondo pagina)

Ecco il documento del 1207 che dimostra l’origine di uno dei capisaldi della finanza e del sistema bancario

«1207. 6 aprilis. Simon Rubeus Bancherius fatetur habuisse L. 34 denariorum Ianue et denarios 32 pro quibus promittit dare marcas 8 boni argenti illi qui ei dabit hanc cartam 23».

A citare queste parole in latino si rischia di entrare subito e involontariamente in conflitto con gli abitanti di Prato che, come da tradizione, il 17 agosto commemorano l’anniversario della morte, avvenuta nel 1410, del ricchissimo mercante Francesco Datini, locale «padre della cambiale».

Il motivo è chiaro: la data (1207, ben prima del Datini) e il luogo (Simon Rubeus era un banchiere genovese). Il tema è sempre lo stesso: chi ha inventato una delle più importanti innovazioni del sistema mercantile e dunque del commercio? Sempre noi, gli italiani.
Ma come sempre la paternità non è così facile da dirimere dopo secoli e secoli. In questo caso è stata Genova o Prato? Esiste un’ampia letteratura sull’argomento, tale che forse possiamo spingerci a dire che la parola fine non verrà mai messa del tutto.

Potremmo già accontentarci del fatto – questo certo – che in ogni caso la cambiale sia da annoverare in quella lunghissima e felice lista di innovazioni e invenzioni e scoperte che fanno la nostra storia. Un rapporto forse anche troppo stretto se volessimo ironizzare: a forza di firmar cambiali per le future generazioni i governi italiani hanno fondato uno dei Paesi più indebitati della Terra, in rapporto al Pil. Ma visto che il documento esiste e la serietà delle citazioni e della ricostruzione è fuor di dubbio, eccone la storia: la fonte è lo storico ottocentesco Michele Giuseppe Canale, un amico di Giuseppe Mazzini anche se le loro strade politiche, a un certo punto, si divisero.

Come ha ricostruito Marta Calleri («Su una presunta cambiale genovese del 1207. Errore o falsificazione?» in Atti della società ligure di storia patria, 2003) il Canale, «nella sua opera del 1845 dedicata alla storia civile, commerciale e letteraria di Genova pubblica un documento del 6 aprile 1207 dichiarando che si tratta di “un esempio perfetto” di cambiale, in quanto l’unico in cui si trovi la clausola al portatore, e che “la forma e il tenore di tal titolo non potrebbero essere più precisi ed autentici, sicché finora dev’essere riguardato come il primo che si conosca, ed a noi [genovesi] competere l’anteriorità di quella invenzione”».

La fonte originale ci giunge da un testo di due decenni successivi a quello del Canale dove si richiama il «Liber Lanfranci del 1214, Archivio Notarile di Genova» dove in effetti è stato ripescato il testo.
Senza far torto a Prato, vale la pena ricordare come la repubblicana marinara fosse la coltura ideale per la nascita di una tale innovazione.
Anche se la fondazione della «Casa delle compere e dei banchi di San Giorgio», il meraviglioso palazzo che si può ammirare a due passi dall’Acquario di Genova, risale «solo» al 1407, le sue origini si ritrovano in realtà nei primi prestiti che la repubblica stessa chiese nel XII secolo ai suoi cittadini più abbienti per finanziare guerre e commerci.

La cambiale divenne così lo strumento adeguato per evitare di perdere in viaggio i denari, a causa di rapine e arrembaggi. Creando una rete che già nel 1300 governava parte della Via della Seta, come sappiamo purtroppo dalla storia: fu percorrendo a ritroso quella stessa via che la Peste Nera giunse in Europa nel 1347, ispirando il Decamerone del Boccaccio, ma falcidiando quasi due terzi della popolazione continentale dell’epoca (si passò a circa 25 milioni di persone).

Sappiamo difatti che la peste, tramite i ratti sulle navi, giunse nel 1347 a Caffa in Crimea, ricca colonia genovese, e da questo emporio si propagò fino ai porti di Costantinopoli (anche Galata era una dogana genovese) e Alessandria per penetrare negli ultimi mesi del 1347 a Messina e diffonderne i miasmi infine a Genova, Marsiglia, Venezia.
«A favorire la nascita di soluzioni bancarie ed assicurative — aveva ricostruito sul Corriere il professor Maurizio Caviglia, segretario generale della Camera di commercio di Genova e appassionato di storia della città — fu anche la religione cattolica che sugli affari era molto integralista al tempo delle crociate.

Era un peccato speculare sul denaro. Fu per questo che i genovesi inventarono un doppio contratto con il quale si vendeva la nave in partenza impegnandosi a ricomprarla al rientro. Il delta, la differenza, era il guadagno. Di fatto nacque così l’assicurazione marittima». Il tasso di interesse era sterco del diavolo, come titola un bellissimo libro di Jacques Le Goff. Con esso si comprava un biglietto per l’Inferno. Anche se esistevano soluzioni meno innovative dell’assicurazione genovese per evitarlo: la Cappella del Giotto a Padova venne offerta come ammenda della famiglia Scrovegni proprio per il peccato di usura. La storia non è solo armi, acciaio e malattie. Ma anche denaro per il Paradiso.

Per tornare al documento del 1207 è utile smontare subito una possibile accusa di contraffazione. In effetti è perlomeno causa di sospetti il fatto che si parli del 1207 e di 34 lire e 32 denari.

Chi conosce bene la storia dei numeri sa che la data è troppo vicina al 1202, anno della prima pubblicazione di un libro che ha letteralmente cambiato la società, paragonabile a pochi altri testi nel cammino del sapiens (potremmo citare il Milione di Marco Polo – che peraltro venne scritto nel 1296/98 da Rustichello da Pisa mentre si trovava in prigione proprio a Genova con messer Polo – i Principi matematici della filosofia naturale di Isaac Newton  del 1687 o infine L’origine delle specie di Charles Darwin del 1859).
Si tratta ovviamente del Liber Abbaci, il libro del calcolo del Fibonacci. Sappiamo per certo che i numeri indo-arabici (e gli algoritmi di calcolo annessi che ancora oggi impariamo a scuola) vennero portati in Europa da Leonardo Pisano detto il Fibonacci. Ma ci vollero decenni affinché l’innovazione prendesse piede. In particolare i banchieri fiorentini fecero resistenza perché i numeri indo-arabici e lo zero in particolare erano considerati alla stregua di simboli usati per “nascondere” i valori rispetto alle cifre romane (un retaggio è rimasto ancora nel nostro linguaggio quando diciamo codici cifrati, cioè nascosti, e diciamo decifrare per scoprire).

Un tema di competizione tra pisani e fiorentini in realtà. I numeri furono un vantaggio competitivo per la patria del Fibonacci.

Questo per dire che nel documento originale non avremmo dovuto trovare i numeri 0123456789… difatti se si va a guardare il documento originale del 1207 compaiono in realtà i numeri romani, diventati quelli indo-arabici nelle varie trascrizioni successive. Insomma, torna ogni cosa.
Per inciso anche sulla paternità tutta delle banche non c’è dubbio: lo spiega anche il nome. Banca viene da banco, quello che chi prestava soldi e forniva lettere di credito per viaggiare sicuri metteva in piazza per incontrare i mercanti. Lo stesso banchetto che dopo il terremoto e la distruzione di San Francisco del 1906 usò Amadeo Giannini per prestare soldi diventando così uno dei banchieri più potenti d’America (fondò la Bank of Italy, oggi Bank of America).
D’altra parte anche l’inglese board, consiglio di amministrazione, viene da tavolo, quello intorno al quale si sedevano gli azionisti di una banca.

 


APPROFONDIMENTI

One More Thing: dal mondo della scienza e dell’innovazione tecnologica le notizie che ci cambiano la vita (più di quanto crediamo)

Per gentile concessione dell’editore e dell’autore, riportiamo sul nostro blog gli articoli della Newsletter “One More Thing” (https://www.corriere.it/newsletter/?theme=59#).
Perché One More Thing, ancora un’altra cosa? Perché nell’era dell’infodemia e della bulimia informativa di cui siamo tutti vittime, esistono ogni tanto notizie che non si contano ma si pesano. Ecco allora perché “One  more thing” come il famoso stratagemma di Steve Jobs per presentare, all’ultimo, l’innovazione migliore. Ma anche come quell’ancora un’altra cosa con cui il tenente Colombo tesseva la sua ragnatela intorno al colpevole, filo dopo filo, con il metodo scientifico di Galileo Galilei.