I limiti della nostra mente e la lezione dei macachi capaci di innovare più di ChatGPT- One More Thing

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I limiti della nostra mente e la lezione dei macachi capaci di innovare più di ChatGPT- One More Thing

Viator - I macachi di Yudanaka Onsen

Di Massimo Sideri, inviato ed editorialista del “Corriere” sui temi di scienza, innovazione e tecnologia (vedi riferimenti a fondo pagina)

 

“Je n’ai fait celle-ci plus longue que parce que je n’ai pas eu le loisir de la faire plus courte”, cioè l’ho fatta lunga perché non ho avuto il tempo di accorciarla, è un noto aforisma di Blaise Pascal copiato e rubato nei secoli da molti.

Ma va bene così: lo stesso Pablo Picasso diceva che “i bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano”. L’importante – è il sottinteso – è metterci del proprio. Rielaborare. Prendere spunti. Essere al limite dei nani sulle spalle dei giganti. L’importante è non trovarsi a fare i nani sulle spalle dei nani. Certo nel caso di Picasso si trattava dell’eccezione: un gigante sulle spalle dei giganti. Pensate alla sua rielaborazione con il cubismo del mito classico del Minotauro: innovazione dalla tradizione. Novum dal notus.

Tutto per dire che possiamo riprendere vecchie intuizioni e usarle per interpretare nuovi fenomeni. E’ il caso credo di un classico che avevo quasi dimenticato: i triangoli dell’immagine in apertura.

Italo Calvino, il funambolo degli ossimori, lo avrebbe chiamato l’invisibile-visibile. I triangoli che non ci sono ma che la nostra mente vede e addirittura gerarchizza (quello invisibile sopra, quello visibile ma altrettanto inesistente sotto) sono forse l’invenzione più nota dello psicologo e pittore Gaetano Kanizsa, fondatore tra le altre cose — dopo gli anni del confino e della privazione della cittadinanza italiana causata dalle leggi razziali durante il Fascismo — del Dipartimento di psicologia dell’Università di Trieste.

I triangoli sono parte di un esperimento che mostra come la nostra mente si rifugga sempre negli schemi, anche quando non ci sono. Nessuno dei due triangoli esiste: esistono solo tre angoli e tre figure che paiono tre Pac Man ante litteram.

Eppure noi facciamo esistere l’inesistente, con chiarezza. E lo mettiamo anche in ordine. Kanizsa avrebbe inventato i suoi triangoli se non fosse stato pittore? È una domanda che ci fa scivolare con naturalezza nel dibattito sull’importanza dell’interdisciplinarietà e sull’intelligenza artificiale, mostrando appunto la forza dei «classici», che tornano sempre utili anche per interpretare i fenomeni moderni legati alla tecnologia.

Sapete perché uno dei termini del 2023 è stato «allucinazioni»? Perché i primi esperimenti con il deep learning, la tecnica di addestramento degli algoritmi di AI, vennero fatti sulle immagini. E il risultato, invece di una frase inventata, una fake news, una fonte inesistente come avviene con ChatGPT, era un’immagine confusa.

E allora i triangoli di Kanizsa  ci dovrebbero ricordare che non dovremmo cercare gli «attributi gelosamente umani» (Calvino, in Cibernetica e fantasmi), come l’intelligenza, la creatività, l’arte e l’intuizione, nelle macchine. Perché anche se sembriamo coglierne i confini stiamo diventando schiavi dei nostri schemi mentali che ci fanno vedere dei triangoli che non ci sono, in una sorta di effetto placebo applicato all’intelligenza artificiale: l’Aicebo (Treccani).

Questo porta a un altro livello da affrontare. Se sappiamo che siamo vittime degli schemi perché non trovare semplicemente una via di fuga, un sistema per scardinarli?

Anche in questo caso i classici ci vengono in aiuto: è il dilemma dell’innovatore. Restare isolato. Si potrebbe quasi scrivere una antropologia dell’innovazione partendo dai tanti esempi che abbiamo.

Nell’Eneide Virgilio fa dire a Laoconte: “Timeo danaos et dona ferentes” (temo i greci anche quando portano i doni), per mettere in allarme i concittadini e convincerli a non far entrare il Cavallo all’interno delle mura di Troia.

Laoconte, com’è noto, fece una brutta fine: inascoltato e sbranato dai serpenti marini insieme ai figli (Musei del Vaticano).

Anche nel mito della Caverna di Platone (libro VII de La Repubblica) l’epilogo non è differente: il filosofo non solo deve soffrire di cecità per vedere la verità e accorgersi che gli occhi di tutti sono rivolti sul fondo della caverna, attratti dalle ombre invece che dalla luce e dalla realtà (per inciso, un perfetto ossimoro calviniano: per vedere bisogna prima passare dalla cecità e dal dolore causato dalla forza della luce del fuoco e del sole come il Visconte dimezzato per tornare ad essere un uomo intero deve passare per la sofferenza del dimezzamento). Ma quando tenta di spiegarlo agli altri viene deriso nel migliore dei casi. Ucciso, scrive Platone, nel peggiore. Pensate a Giordano Bruno bruciato per aver detto solo pochi decenni prima quello che dirà poi Galilei (che se la cavò con l’abiura nel 1633).

Senza essere drastici i cambiamenti avvengono, ma richiedono tempo e pazienza. Lo dimostrò un sorprendente esperimento tenuto negli anni Cinquanta sui macachi giapponesi, in particolare con la comunità di macachi dell’isola di Koshima. In breve: degli scienziati e dei biologi introdussero nella dieta della comunità dei cibi che i macachi locali non avevano mai potuto sperimentare. In primis vennero lanciate delle patate dolci nella sabbia della spiaggia dove i macachi amavano stazionare (è la stessa specie di macachi che ama fare i bagni termali nelle famose immagini che circolano nei documentari).

I macachi mostrarono di apprezzare le patate dolci. Peccato che fossero sporche di sabbia.

Qui l’esperimento si fece più interessante: una femmina della comunità, battezzata Imo, di giovane età, era evidentemente l’innovatrice del gruppo, quella capace di scendere dagli alberi nel Pleistocene (da leggere assolutamente: Il più grande uomo scimmia del Pleistocene di Roy Lewis). Iniziò a lavare le patate sporche di sabbia. Non solo lo fece, ma introdusse questa abitudine nella comunità, partendo dai più piccoli.

I più giovani sembrarono più aperti al cambiamento. I macachi più anziani fecero più fatica!

Non finisce qui. Sempre Imo introdusse una variante. Si rese conto che sciacquando le patate dolci in acqua di mare invece che nelle pozze di acqua dolce, le patate si insaporivano grazie al sale. Alla fine degli anni Cinquanta, la comunità di macachi lavava quotidianamente le patate in mare prima di mangiarle. Guardate questo filmato di un minuto.

Cosa induce a pensare l’esperimento?
Che l’innovazione è un fattore culturale e come la cultura è trasmissibile.

Altre due riflessioni:
1) se ChatGPT e le Ai generative si basano sulla massimizzazione delle probabilità (avevamo affrontato il tema in un precedente episodio) allora non potranno mai innovare, perché innovare significa fare come Imo, introdurre il gesto improbabile.
ChatGPT di suo “imparerebbe” cercando la media tra gli altri macachi che continuano a mangiare patate sporche di sabbia (di fatto il sistema rimane imprigionato nella parte alta della curva di Gauss o normale per gli amanti della statistica).
2) La macchina imparerebbe in altre parole solo dopo che la maggior parte della comunità ha imparato, alla fine degli anni Cinquanta. Di fatto è l’ultima ad apprendere come gira il mondo.

Insomma, anche se per ipotesi improbabile si trovasse un algoritmo capace di rompere gli schemi dell’intelligenza sapiens (l’algoritmo dell’innovazione?), bisognerebbe poi trovare il modo per farlo accettare senza fare la fine del filosofo della caverna (chissà perché l’epilogo a scuola non lo spiegano mai) o del Laoconte.

I macachi insegnano (anche all’Ai).

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Nota : l’Enciclopedia Treccani ha accolto come neologismo un lemma nato proprio in questa newsletter: aicebo. Ecco la pagina della Treccani.


APPROFONDIMENTI

One More Thing: dal mondo della scienza e dell’innovazione tecnologica le notizie che ci cambiano la vita (più di quanto crediamo)

Per gentile concessione dell’editore e dell’autore, riportiamo sul nostro blog gli articoli della Newsletter “One More Thing” (https://www.corriere.it/newsletter/?theme=59#).
Perché One More Thing, ancora un’altra cosa? Perché nell’era dell’infodemia e della bulimia informativa di cui siamo tutti vittime, esistono ogni tanto notizie che non si contano ma si pesano. Ecco allora perché “One  more thing” come il famoso stratagemma di Steve Jobs per presentare, all’ultimo, l’innovazione migliore. Ma anche come quell’ancora un’altra cosa con cui il tenente Colombo tesseva la sua ragnatela intorno al colpevole, filo dopo filo, con il metodo scientifico di Galileo Galilei.